domenica 16 settembre 2007

della affermazione dell'esistenza di Dio partendo dalla dimostrazione massima della sua inesistenza

Prendendo spunto, in parte dallo sviluppo ragionato di quanto infra riportato nel post "Dio - non Dio", frutto, secondo me, di un azzeccato flash intuitivo, e in parte da un paradosso che mi è stato proposto da mia figlia Dalila, del tipo di quelli matematici o fisici molto diffusi, come quello arcinoto del pie' veloce Achille e della tartaruga, o ad esempio quello verbale "io mento sempre", ed altri simili, sono pervenuto alla riflessione che segue, condivisibile o non condivisibile (spero di potermi confrontare con commenti in proposito), ma certamente, ritengo, non "sragionata".
Il paradosso propostomi è: "Dio non è onnipotente in quanto non può creare una pietra così pesante che neanche Dio può sollevare". Questo equivale a dire: (ergo) Dio non esiste. Infatti il concetto di Dio, comunque lo si voglia immaginare e raffigurare, anche politeisticamente, implica il concetto dell'onnipotenza; basti osservare che l'Olimpo greco è affondato, irrimediabilmente, nell'oceano del tempo anche (soprattutto) perché il potere degli Dei si fermava ed era sovrastato dal Destino.
Il paradosso in questione, in concreto, vuol dire che non esiste una pietra così pesante che neanche Dio può sollevare, per il semplicissimo motivo che non esiste Dio.
Quello che davvero esiste è il concetto della relatività, che consente all'uomo di formulare paradossi di qualsiasi genere: matematici, fisici, religiosi ecc.
In sostanza esiste l'intelligenza dell'Uomo che permette di individuare le estensioni e i limiti della matematica, la fisica, la religione ecc... null'altro.
Ma è errato e improduttivo questo modo di procedere che non può che condurre ad arenarsi in sabbiose valli desertiche. Si consideri che percorrendo la via del paradosso, può dirsi anche "Dio non è onnipotente, infatti non può annullarsi e non esistere". Affermare "Dio non esiste", allora, che cosa significherebbe? Aver espugnato il paradosso e poter conclamare solennemente e sorprendentemente che Dio esiste ed è onnipotente?
Sa di sofisma, anche se "paradossalmente" appunto, porta comunque acqua al mulino dell'affermazione e non della negazione della Divinità. In tutta franchezza, credo che sia da respingere tutto questo e sia utile ritornare all'origine del ragionamento.
In che cosa si sostanzia l'esistenza e l'onnipotenza di Dio?
I paradossi non hanno senso qui , o meglio non sono da proporre nel modo consuetudinario, ma in un modo innovativo, esplorando coraggiosamente nuove possibilità, perché Dio non è la matematica, la fisica, o la religione, l'essere o la vita. Semmai è la matematica e la non-matematica, la fisica e la non-fisica, la religione e la non-religione, e così la vita e la morte, l'essere e il non essere (anche se, secondo me, più attinentemente, Dio è e basta, indipendentemente da quello che pensiamo o non pensiamo di lui o da come ce lo raffiguriamo o non raffiguriamo affatto).
In altri termini "Dio esiste" è l'espressione di un concetto che, insieme all'altro concetto "Dio non esiste" dà un'immagine di Dio.
I paradossi sopra menzionati, sono corollari del concetto "Dio non esiste", così come possono esserci altri paradossi corollari del concetto "Dio esiste", ad esempio quelli ironizzanti circa l'umana pretesa di misurare e definire l'eternità e l'infinito; in ogni caso non è contraddetta la Divinità, la sua superiorità ed onnipotenza.
Ritornando ora al nostro paradosso iniziale, devo dire che alla luce di tutto quanto sopra, esso non mi reca alcun disturbo e non mi preoccupa più, infatti non fa che confermare che Dio può esistere e non esistere contemporaneamente. In definitiva, riflette la realtà dei fatti: Dio è onnipotente, tanto da poter anche non essere o essere un altro Dio [ciascun credente ha la sua personale convinzione circa l'essenza della divinità, quindi quelle degli altri individuano diverse divinità o concezioni della divinità (del resto anche l'ateismo ha diverse sfumature e varietà, c'è chi dà particolare risalto alla scienza, alla storia, alla solidarietà, alla società o al potere, ai sentimenti, alla ragione e così via) ma non è forse vero che tutti i rivoli portano ad un unico catino?].
Tutto questo è una prova in più, tra l'altro, che l'ateo è più vicino a Dio di quanto non si immagini.
L'ateismo è la religione in negativo, la fede in Dio in negativo: Dio non esiste in quanto la sua onnipotenza arriva anche al punto di non esistere.
Capovolgendo il paradosso, dichiarare "Dio non esiste" è il più alto atto di fede perché equivale ad affermare: "Dio è talmente grande da poter non esistere".
[Non convince la tesi ontologica di S. Anselmo d'Aosta (1033 - 1109) secondo la quale l'esistenza di Dio è un suo attributo, e quindi sarebbe una dimostrazione "a priori" (... di se stessa) ANNOTAZIONE DEL 2.11.2008]
Ora, riprendendo, come avevo preannunziato, i concetti espressi nel post "Dio non-Dio", si evidenzia, rispetto all'ateismo, la pochezza e l'inconsistenza dell'agnosticismo; non pensare, non sentire neanche, sentimentalmente o spiritualmente, istintivamente, non come un animale, o una pianta forse, ma addirittura come un oggetto, materia inanimata, che pure vive e si trasforma.
E' questo l'Uomo? No! E' ragionamento, sentimento, amore, fede, odio, tradimento, pentimento, contraddizione e così via.
Si osserva allora che, ripercorrendo tutto l'iter che ci ha condotto fin qui, all'indietro, anche partendo dall'Uomo, le sue capacità intellettive e terrene esperienze, ritorniamo ancora ad affermare: Dio esiste.

4 commenti:

Dalila ha detto...

Va beh, non potevo non rispondere. Per quanto sia d'accordo che i paradossi spesso siano semplici esercizi di stile, è innegabile che molti aiutino a ragionare; e questo, che mi colpii molto quando lo lessi, credo che abbia avuto uno scopo differente da quello di provare se dio esiste. Io credo che questo paradosso voglia semplicememte far raggionare sull'onnipotenza di dio, credo che questo paradosso voglia dire che dio non è onnipotente, che dio è quindi un qualcosa di diverso da quello che ci immaginiamo sia: dio è un imput, che ha crato qualcosa al di fuori della sua volontà, o probabilmente voleva crearla ma non sapeva cosa sarebbe successo dopo e non avrebbe neanche potuto interferire, se non magari in maniera drastica, come una persona che mette la famosa pallina sul piano inclinato: o sta a guardare come cade o la toglie da quel piano e quindi interrrompe il gioco.
Credo che quindi questo paradosso abbia avuto il pregio di spiegare il libero arbitrio, ma al tempo stesso abbia voluto svegliare gli individui che pregavano un dio che per loro non poteva far molto.
Certo possiamo credere che dio ci abbia lasciato degli insegnamenti per "non farci male", proprio come un genitore, ma non possiamo pregarlo perchè "non ci facciamo del male". Probabilmente, proprio come un genitore, è più lui che prega noi perché non facciamo delle cavolate.
Probabilmente ogni sera fà la preghierina per ognuno di noi, anzi ad ognuno di noi, poi c'è chi la sente e chi non la sente ;)
Ovviamente sono ipotesi che vogliono rispondere al perchè del paraddosso, in realtà il mio modo di vedere dio è diverso, è innegabile che io nn creda molto nel suo intervento, come sopra detto, ma io lo vedo in forma di energia in equilibrio, e tornando al paradosso, l'equilibrio alza una pietra solo se abbassa qualcosa altro, di conseguenza non può esistere una pietra che dio(l'equilibrio) non possa sollevare, perchè ogni pietra che si forma avrà il suo contrapposto.
E mi fermo qui, se no parlo per ore!
Ciao

algor ha detto...

E va be' m'hai preso.
Xò il tuo pensiero non è poi così in contraddizione con il mio.
Anche secondo me pur pregando Dio per istinto e tradizione, non è che bisogna dare peso a questo. Xò io credo che Dio VEDA e PROVVEDA secondo (perl'Umanità) imperscrutabili disegni, non che "non possa interferire".

Bella intuizione quella dei "pesi" e "contrappesi". Complimenti!
Ciao ai prossimi confronti dialettici. Pa'

Anonimo ha detto...

Pippe pippissime mentali.......

Anonimo ha detto...

E "la critica della ragion pura" e la "fenomenologia dello spirito" allora? Aehhhhhhhhh!